Gioco d’Azzardo: i numeri di un fenomeno in aumento. E le mafie ringraziano

video_pokerdi Stefano Perri – ”Vincita assicurata”. Le luci colorate segnano la speranza di cambiare per sempre la propria vita, di ‘svoltare’ una volta per tutte. Il gioco d’azzardo è un fenomeno in forte crescita

in Italia ed in Calabria. Sul territorio nazionale si stimano in circa 800 mila gli individui dipendenti dal mito della dea bendata. Addirittura quasi 2 milioni sono considerati giocatori a rischio. Recenti studi parlano di dipendenza in quattro casi su dieci, con un significativo aumento tra donne e giovanissimi.

Feticcio di un’epoca fondata sulla bugia, eppure grimaldello effimero apparentemente necessario a scardinare le tenaglie della crisi, il gioco d’azzardo (legalizzato e non) rappresenta oggi una piaga sociale in forte crescita.

Un giro d’affari miliardario che coinvolge a pieno titolo, e non solo nelle regioni del sud, la criminalità organizzata. Il rapporto Azzardopoli 2.0 di Libera, Associazioni Nomi Numeri contro le mafie, parla di infiltrazioni di almeno 41 clan nel settore del gioco.

”Ogni scommessa è un debito” scriveva Marco Baldini nel suo autobiografico ”Il giocatore”. Una deduzione che sebbene a tanti appare come una semplice constatazione, non è affatto scontata per chi, contro ogni logica razionale, trascorre nel peggiore dei casi buona parte della giornata di fronte ad una macchinetta mangia soldi che continua a promettere senza mai mantenere.

Per ciò che concerne il fatturato legale sono 76 miliardi gli introiti registrati nel 2011. Nella classifica dei Paesi che giocano di più l’Italia risulta al primo posto in Europa e terzo posto nel mondo. In media una spesa di circa 1260 euro pro-capite (neonati compresi).  A questo vanno aggiunti 10 miliardi di euro che rappresentano il mercato illegale dei giochi d’azzardo. Una torta succulenta divisa a fette dai 41 clan che in tutta la penisola operano illegalmente nel settore dell’azzardo. Sono 10 in tutta Italia le Procure della Repubblica che nell’ultimo anno hanno effettuato indagini nel settore, 22 le città coinvolte da operazioni nel corso del 2010.  400mila in italia le slot machine, una macchinetta mangia soldi ogni 150 abitanti, 3746 i videogiochi irregolari sequestrati nel 2010, una media di 312 al mese. In totale sono 120mila gli addetti che lavorano in un settore che coinvolge complessivamente più di 5000 aziende.

Un affare che fa gola alla criminalità anche in Calabria. Secondo il rapporto ”Azzardopoli” di Libera sono quattro i gruppi criminali Calabresi fortemente coinvolti nel giro d’affari illegale del gioco d’azzardo: i Pelle-Gambazza, i Condello, i Libri-Zindato e i Mancuso. Le evidenze giudiziarie degli ultimi anni d’altronde sono chiarissime.

azzardoSul territorio regionale vengono spesi annualmente circa 575 milioni di euro nel gioco d’azzardo pubblico. Una stima di quasi 300 euro pro capite, 780 euro a famiglia con un’incidenza del 4,6% dell’imponibile Irpef. Secondo un censimento relativo all’anno 2006, nella regione esistono un totale di 6524 newslot, distribuite in bar, agenzie di scommesse, ristoranti, circoli e alberghi. Disseminate poi sul territorio qualche decina di sale bingo, distribuite equamente tra le province secondo la densità di popolazione.

Ad occuparsi del fenomeno poche coraggiose realtà che operano con pochissimi fondi disponibili e spesso in forma completamente gratuita e volontaria. A Reggio Calabria è attivo da alcuni anni il Centro Reggino di Solidarietà (Ce.Re.So) mentre a Catanzaro è presente il Centro Calabrese di Solidarietà. Entrambe strutture confederate al Conagga, Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo, e alla Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche. Punto di riferimento nel settore è anche Progetto Sud di Don Giacomo Panizza a Lamezia Terme che insieme a Libera, Cgil, Cisl, Gruppo Abele, Uisp e altre realtà associative, ha partecipato alla campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo ”Mettiamoci in Gioco”.

Un’iniziativa che è servita a spiegare come il gioco d’azzardo costa ogni anno alla società tra i 5,5 e i 6,6 miliardi di euro ai quali si aggiungono circa 3,8 miliardi di mancato versamento dell’Iva e una serie di costi incalcolabili che riguardano l’aggravarsi di fenomeni sociali rilevanti come appunto le infiltrazioni mafiose, la crescita del ricorso all’usura, l’incremento di separazioni e divorzi, i sussidi da versare a chi si rovina giocando e l’aumento esponenziale della dipendenza nell’universo minorile.

A Reggio Calabria, dal 2009 ad oggi il Cereso ha ricevuto richieste di aiuto da parte di oltre 60 persone, tutte residenti sul territorio reggino. Il rapporto tra uomini e donne è di uno a quattro, quasi tutti over 40, 25 di loro posseggono il diploma di scuola superiore, 9 una laurea e i restanti la licenza media. Solo 6 sono disoccupati. Attualmente ”in cura” circa 20 utenti che presentano forme diverse di dipendenza correlate al gioco d’azzardo ed in generale alle ”new addiction”. Un fenomeno che dalla crisi economica ha tratto nuova linfa vitale generando profitti illegali sempre maggiori proprio a causa della disperazione sociale crescente. Sono sempre più numerosi i giovani e le donne che quotidianamente si affidano alla dea bendata tentando inutilmente la fortuna all’interno dei bar e dei circoli cittadini. E le agenzie di scommesse nascono come funghi sul territorio urbano, in alcuni casi, come del resto dimostrano alcune evidenze giudiziarie, strumento di riciclaggio facile per le cosche di ‘ndrangheta che sfruttano la complicata tracciabilità del denaro usato per il gioco riescono agevolmente a far sparire e riapparire enormi flussi di denaro di provenienza illecita.

Nella città dello Stretto, proprio grazie all’elaborazione condotta dai volontari del Ce.Re.So è in fase di studio la proposta di un regolamento che metta dei punti fermi sull’ubicazione delle sale da gioco, ad esempio in termini di distanza rispetto alle scuole. Un provvedimento già messo in atto da diversi Comuni italiani, nonostante i ricorsi presentati dalle agenzie che gestiscono i circuiti di gioco, con l’obiettivo di allontanare i giovani dal rischio patologico della dipendenza.

Eppure, carte alla mano, la contraddizione prodotta dal business del gioco è assolutamente evidente. Come dimostrato anche dalla campagna ”Mettiamoci in gioco” lo Stato promuove un’attività che in realtà non produce alcun introito per le casse pubbliche e che rappresenta invece un costo sociale altissimo, in termini di foraggiamento alle attività criminali organizzate, ma anche di disagio per tanti cittadini che spesso sviluppano vere e proprie patologie da dipendenza, il più delle volte difficilmente riconosciute, che rappresentano una vera e propria piaga sociale. E mentre lo Stato promuove da una parte il gioco legalizzato con l’obiettivo di battere cassa, dall’altra si trova a gestire il disagio, ed i relativi costi, provocato dal gioco stesso. Un paradosso indegno per un paese civile che vuole definirsi comunità.

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