LA BOTTEGA DELLA LEGALITA’, GLI ANNUNCI DI MARONI, LE ANALISI DI GRATTERI

“Non abbiamo paura”. E’ lo striscione calato dalla palazzina di Corleone, un tempo del boss Bernardo Provenzano, che da oggi diventa sede della ‘Bottega della legalità’. A inaugurarla, sono arrivati dopo la riunione del Comitato nazionale il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il Gardasigilli, Angelino Alfano e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, accompagnati dai vertici delle forze dell’ordine e dei servizi di intelligence. E’ ferragosto e l’atmosfera è un po surreale. Tanto caldo, tanto silenzio. Corleone, il paesino di circa 12 mila abitanti, a una cinquantina di chilometri da Palermo è deserta. Il paese dove è nata una delle consorterie mafiose più pericolose e famigerate di sempre.  La cittadina è presidiata da un enorme dispiegamento di uomini delle forze dell’ordine. C’è perfino un cecchino sul tetto dell’edificio dove è in programma la cerimonia. Il sindaco, Nino Iannazzo, si rivolge alle autorità di governo: “Ci sono ancora sguardi titubanti, qualcuno è alle finestre perchè ha paura”. Qui, si sono fatti passe avanti anche grazie ai sindaci che non di rado sono destinatari di minacce mafiose, segno che il cammino da fare è ancora tanto sul terreno della legalità. “Oggi – ha detto il ministro Alfano – è un giorno bellissimo per i siciliani onesti: anche questo bene appartenuto a Provenzano viene utilizzato contro la mafia”.”L’impegno del governo – ha aggiunto il ministro Maroni – è continuare in questa direzione: ci siamo un po sbilanciati ma vogliamo vincere questa guerra entro la fine della legislatura”. La cerimonia volge quasi al termine, mentre dalla piazzetta di Corleone dove decine di giovani dei ‘Cento passi…’ e volontari dell’Arci intonano ‘Bella ciao..’ proprio mentre i ministri Maroni e Alfano e il sottosegretario Letta stanno per andare via da Corleone. Solo quando il corteo di auto blu lascia il paesino i giovani entrano cantando nella Bottega della legalità prendendo simbolicamente possesso del bene confiscato e scandiscono lo slogan ‘Fuori la mafia dallo Stato’. Un gesto dunque che vuole significare il rifiuto da parte dei giovani siciliani impegnati nella lotta alle mafie di confondersi con gli annunci ad effetto degli impettiti ministri che scendono in Sicilia a lanciare anatemi dal sapore pontifico. La verità è che la politica dovrebbe sempre anteporre la pregiudiziale della questione morale prima di affrontare temi e predisporre provvedimenti di carattere sociale, ancor più quando essi riguardano un tema delicato come la lotta alle mafie. E’ toccato al Ministro Maroni snocciolare i dati dell’azione di contrasto: “Dal maggio 2008 ad oggi sono stati arrestati 6483 mafiosi. Catturati anche 26 dei 30 latitanti piu’ pericolosi. Sono stati inoltre sottratti alle cosche 32.799 beni per un valore di quasi 15 miliardi di euro (tra sequestrati e confiscati)”. Dichiarazioni che hanno il sapore del populismo, da parte di chi pensa di avere a che fare con un popolo ignorante e distratto. In realtà il movimento antimafia è molto attento e le popolazioni meridionali, attanagliate dal cancro mafioso, pur nel silenzio generato dalla paura di esporsi in prima persona, sanno fare bene i conti. Gli annunci ad effetto del Ministro Maroni vengono facilmente smascherate attraverso la spiegazione che Nicola Gratteri, procuratore aggiunto al Tribunale di Reggio Calabria, ha dato qualche giorno fa circa l’attività di contrasto al fenomeno mafioso: “Il Ministero dell’Interno, il Ministro o il Governo non c’entrano nulla con gli arresti di questi anni, che sono il frutto di indagini iniziate 4-5 anni fa” dichiara Gratteri – “le indagini sono il frutto del duro lavoro di Magistrati, Polizia Giudiziaria e Forze dell’Ordine che non prendono neanche i soldi dello straordinario! Nessun governo negli ultimi 15 anni di destra o di sinistra (2 governi di cd e due di cs per intenderci) hanno mai messo in campo un piano legislativo mirato al contrasto alle mafie”.
La strategia del Governo dunque in questo caso è molto chiara anche agli occhi di un osservatore distratto. Per difendersi dalle accuse lanciate dai finiani che ricadono soprattutto nell’ambito della giustizia e fanno continuo riferimento alla moralità ed alla legalità nell’azione di Governo, i falchi di Berlusconi provano la difesa alta tentando di accreditarsi nei confronti dell’opinione pubblica e sbandierando una presunta particolare e rinnovata attenzione al tema della lotta alle mafie, con l’obiettivo di mettere in fuorigioco gli ex colleghi della ex maggioranza.
Quando potrà andare avanti questo giochino non è dato sapere. La cosa più evidente oggi è che i ragazzi che cantavano “Bella ciao” all’inaugurazione della Bottega della Legalità di Corleone non hanno nessuna voglia di lasciarsi prendere in giro e chiedono alla politica, tutta, un passo indietro rispetto al sistema di malaffare diffuso che imperversa all’interno delle istituzioni. Come lo stesso Gratteri racconta ”Oggi sono i politici che vanno dal capomafia e chiedono il pacchetto di voti. Oggi, con il sistema attuale, basta spostare a destra o a sinistra un pacchetto di voti e questo significa concorrere a determinare chi fara’ il tecnico comunale, quando fare l’appalto. Oggi gli unici che hanno soldi contanti sono gli usurai, le mafie… tutti gli altri, abbiamo i conti in rosso”. Se questa è la situazione, denunciata autorevolmente da Gratteri ma in realtà da tempo sotto gli occhi di tutti, c’è davvero poco da stare allegri. Il mondo politico dovrebbe seriamente riflettere su una profonda autoriforma che possa riportare le istituzioni ed i partiti a riacquistare la credibilità perduta. Se ciò non avverrà, ed anche con una discreta urgenza, questo paese sarà destinato ad un lento ma inesorabile declino

OPERAZIONE META: MAZZITELLI RIENTRA IN POSSESSO DEL LIDO CALAJUNCO

mazzitellisalvatoreDopo il ristorante “Le Palme”, anche il lido Calajunco torna in possesso di Salvatore Mazzitelli, “il barone”, tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Meta” e scarcerato già a fine luglio. Mazzitelli, cui l’accusa contesta di essere un prestanome di Cosimo Alvaro,

esponente dell’omonima ‘ndrina di Sinopoli, si era già visto restituire la pizzeria “Le Palme”, posta sulla via Marina di Reggio Calabria. Il lido, intestato alla madre di Mazzitelli, è stato dissequestrato e, quindi, dopo il periodo di amministrazione giudiziaria, può tornare nella disponibilità dell’imprenditore.

L’operazione “Meta”, coordinata dal pm Giuseppe Lombardo della Dda di Reggio Calabria, avrebbe svelato i nuovi assetti criminali della città: figura apicale, nell’indagine, sarebbe quella di Cosimo Alvaro, con cui Mazzitelli, finito in carcere insieme ad altre decine di persone, avrebbe, secondo l’accusa, intrattenuto rapporti imprenditoriali al fine di favorire la consorteria mafiosa.

E’ stato il Gip Filippo Leonardo ad accogliere le istanze del legale di Mazzitelli, Enzo Caccavari: nelle settimane successive all’operazione, condotta dai Carabinieri nel giugno scorso, entrambi i locali erano comunque rimasti attivi. Mazzitelli, già scarcerato per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, torna quindi in possesso della sua “creatura” principale, il lido Calajunco: uno dei più frequentati della città. (ClaCor)

OPPIDO MAMERTINA: SEQUESTRATI BENI PER 20 MILIONI DI EURO ALLA FAMIGLIA MAZZAGATTI

La Guardia di Finanza del comando provinciale di Reggio Calabria ha eseguito un decreto di confisca di beni riconducibili alla famiglia Mazzagatti di Oppido Mamertina. Il valore della confisca ammonta a 20 milioni di euro. In provvedimento riguarda alcune aziende: Tra.Co.Cem con sede legale a Maida (Catanzaro); Tra.Re.C. s.rl., con sede operativa sempre a Maida; C.M.G. s.r.l e la ditta individuale “Caterina Misale”, entrambe con sede legale ed operativa ad Oppido Mamertina. Con il decreto di confisca, emesso dal tribunale di Reggio Calabria, e’ stata “riscontrata la validita’ e l’efficacia degli elementi acquisiti al fine di mettere in luce le infiltrazioni economiche ed imprenditoriali poste in essere dai Mazzagatti che hanno esteso le loro aziende ed attivita’ anche in provincia di Catanzaro, grazie all’alleanza con elementi delle famiglia Arena operanti in quel territorio”. La Guardia di finanza della compagnia di Palmi, fin dal 2007, ha focalizzato l’attivita’ imprenditoriale della famiglia Mazzagatti – Rustico, avviata da Giuseppe Mazzagatti, 78 anni. In quel contesto venne inoltrata la richiesta di applicazione della misura del sequestro di imprese, societa’ ed immobili nella diretta disponibilita’ dello stesso nucleo residente ad Oppido Mamertina e la sospensione temporanea di stabilimenti di produzione e distribuzione di materiale cementizio, operanti su tutto il territorio regionale, riconducibili ad una nota azienda nazionale. Contestualmente i Carabinieri di Oppido Mamertina hanno eseguito una decina di misure preventive personali a carico di appartenenti all’entourage dei Mazzagatti, indicati soggetti in odor di mafia. Le indagini hanno accertato che il gruppo Mazzagatti – Rustico, approfittando della forza intimidatrice derivante dal fatto di essere una consorteria criminale di stampo ‘ndranghetistico presente sul territorio con propri esponenti, nonche’ avvalendosi di uno speciale rapporto fiduciario intercorrente con gli stabilimenti calabresi dell’Italcementi S.p.A., si fosse progressivamente affermato nel campo dell’imprenditoria. Ed in questa, in particolare, nel settore della commercializzazione del cemento.

REGGIO: SEQUESTRATI BENI PER UN MILIONE E MEZZO A FRANCESCO STILO, GENERO DEL BOSS MORABITO

La Dia di Reggio Calabria ha sequestrato beni per 1,5 milioni di euro a Francesco Stilo, 55 anni, genero del boss Giuseppe Morabito, conosciuto come ‘Tiradrittu’. E’ ritenuto elemento di spicco della cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara che opera sulla fascia jonica reggina. Lo scorso mese di giugno e’ stato condannato a nove anni di reclusione per associazione mafiosa. Gli investigatori hanno ottenuto il sequestro della societa’ Imc di Costantino Stilo e C. snc di Africo, che sarebbe stata gestita da Francesco Stilo pur risultando altre persone nella compagine sociale (prestanomi). Attraverso questa societa’ la cosca avrebbe ottenuto il subappalto da 7,4 milioni di euro dalla Condotte d’Acqua spa relativo alla fornitura di calcestruzzo per la variante dell’abitato di Palizzi della Ss 106 jonica. Inoltre e’ stata sequestrata un’azienda agricola che ha sede a Bianco e terreni lavorati a uliveto e agrumeto di dieci ettari.

TRUFFA UE IN CALABRIA: ECCO I NOMI DEGLI IMPRENDITORI ARRESTATI

Secondo quanto appreso, gli impreditori arrestati nell’ambito dell’inchiesta per la truffa sui fondi comunitari sono Vincenzo Oliveri, 56 anni, residente a Gioia Tauro; Antonio Oliveri, 45 anni, residente a Giulianova, provincia di Teramo; Vincenzo Borgia, 59, di Villa San Giovanni; Erminio Salvatore Surdo, 62enne di Gioia Tauro; Giuseppe Surdo, 29 anni residentea Giulianova.
I beni sequestrati ammontano a circa 700 milionidi euro riconducibili al patrimonio aziendale di 7 societa’ dicapitali; azioni e quote di 14 societa’ di capitali; 5complessi indutriali e due strutture turistiche e alberghiera (in particolare il Feudo degli Ulivi, a Catanzaro, e l’Hotel Carlton a Pescara);62 fabbricati e di 381 terreni, uliveti e frutteti; 15automezzi e numerosi rapporti e disponibilita’ bancarie incorso di quantificazione. Risultano indagate altre 19 persone esette soggetti giuridici. Gli arrestati rispondono a variotitolo di associazione per delinquere finalizzata alla truffaper il conseguimento di erogazioni pubbliche dello Stato edell’Unione europea, nonche’ alla commissione dei reati dimalversazione ai danni dello Stato, emissione e utilizzo difatture per operazioni inesistenti e falso ideologico in attopubblico.

GUARDA LE FOTO DEI BENI SEQUESTRATI —> http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=75213:operazione-aristeo-le-foto-dei-beni-sequestrati&catid=40:reggio&Itemid=86

NDRANGHETA: SEQUESTRATI ALTRI 10 MILIONI DI EURO ALLA COSCA ALVARO

La Guardia di Finanza di ReggioCalabria, proseguendo l’operazione ”Matrioska” del 12 maggio scorso, ha sequestrato beni immobili (4 ville) per circa dieci milioni di euro, alla cosca Alvaro di Sinopoli (RC). I provvedimenti – emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta dalla locale Procura Distrettuale Antimafia – portano a 30 milioni il valore complessivo dei sequestri effettuati quest’anno nei confronti di esponenti della cosca e riguardano il nucleo familiare di Domenico Alvaro, membro dell’omonimo gruppo criminale, condannato, in primo grado, a tre anni di reclusione per aver favorito la latitanza del boss Carmine Alvaro, capo carismatico dell’omonimo consorteria della ‘ndrangheta. L’ingente patrimonio immobiliare, abilmente occultato in zone difficilmente accessibili e mai dichiarato al catasto, e’ stato individuato dai finanzieri attraverso il controllo del territorio anche con elicotteri. Continua a leggere

OPERAZIONE TAMANACO: ARRESTI E SEQUESTRI, SGOMINATA BANDA INTERNAZIONALE CHE TRAFFICAVA COCAINA

di Peppe Caridi e Stefano Perri – ‘Tamanaco’ è il nome dell’hotel di Caracas, capitale del Venezuela, in cui da anni si riunivano elementi di spicco della criminalità italiana, europea e sudamericana per le trattative e gli accordi dei loschi affari legati al traffico di cocaina.
L’operazione della Guardia di Finanza che ha sgominato quest’organizzazione criminale internazionale ha proprio il nome dell’albergo ‘Tamanaco’: un riferimento esotico che evidenzia la caratteristica principale di quest’operazione, la cooperazione internazionale e l’ampio raggio geografico che ha coinvolto tre continenti nelle operazioni di indagini e investigazione.
A spiegare i dettagli dell’operazione, in una conferenza stampa presso il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, sono stati il Procuratore Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Nicola Gratteri insieme a tutti i rappresentanti della Guardia di Finanza e delle forze di polizia impegnate nell’operazione che ha richiesto l’impiego di 150 finanzieri appartenenti al GICO del Nucleo di Polizia Tributaria di Catanzaro, al Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata di Roma e alla Tenenza della Guardia di Finanza di Mondragone (CE).
Le indagini hanno portato a smantellare una pericolosa organizzazione criminale dedita al traffico internazionale di cocaina: sono stati arrestati 16 affiliati alle cosche di ‘ndrangheta Barbaro di Platì e della camorra La Torre di Caserta. Sono stati inoltre sequestrati 700 kg di cocaina purissima, per un valore complessivo, all’ingrosso sui mercati europei, di circa 120 milioni di euro e beni illecitamente accumulati per un valore di 80 milioni di euro.
Pignatone ha sottolineato la “grande collaborazione brillante e proficua tra forze di polizia di molte organizzazioni italiane e straniere. I punti salienti che tengo a evidenziare sono proprio gli arresti effettuati contemporaneamente in Italia e in Olanda grazie alle normative dell’Unione Europea e alla nostra efficienza dovuta a un grande coordinamento comune. Poi c’è l’aspetto patrimoniale, che tengo sempre a sottolineare. Insieme agli arresti abbiamo disposto sequestri per un valore stimato di 80 milioni di euro di beni”.
Un altro grande risultato, l’ennesimo, delle forze dello Stato contro la criminalità organizzata.
La collaborazione tra la Procura  Distrettuale Antimafia di Reggio e la Guardia di Finanza di Caserta è stata perfettamente funzionale alle esigenze investigative, come ha sottolineato Gratteri che ha voluto precisare che “la Procura di Reggio Calabria è sempre più credibile nel panorama nazionale e internazionale perchè sta lavorando con procure internazionali in modo molto proficuo”. Gratteri ha poi evidenziato la “grande professionalità della Guardia di Finanza”, spiegando che “raramente si possono fare arresti così ben coordinati insieme in luoghi così distanti”.
Entrando nei dettagli investigativi, il Procuratore aggiunto Gratteri s’è soffermato sulla posizione del clan Barbaro di Platì, “una famiglia d’elite nel traffico internazionale di droga. La ‘ndrangheta è potentissima, li abbiamo intercettati subito dopo il sequestro dei 700kg di cocaina e il boss dei Barbaro li tranquillizzava, dicendogli che avrebbero potuto continuare nei loro affari di traffico di stupefacenti senza intoppi. Eppure 700kg di cocaina purissima, che sui mercati in cui poi la rivendono va moltiplicata per quattro, ha un altissimo valore che dovrebbe rappresentare un grave debito per la ‘ndrangheta in caso di un sequestro da parte delle forze di polizia com’è avvenuto stavolta. Invece loro, evidentemente, non hanno di questi problemi”.
Altro particolare emerso dall’indagine è che la ‘ndrangheta non aveva assolutamente pagato quest’ingentissimo carico di cocaina. Gratteri ha ricordato come, “solitamente, le organizzazioni criminali che comprano stupefacenti dai trafficanti sudamericani mandano un uomo, una sorta di ostaggio che tornava in Italia solo dopo l’avvenuto pagamento”. Ma allora com’è possibile che questo carico così grosso non è stato pagato? “Evidentemente – ha detto Pignatone – la fiducia è una cosa seria anche tra loro. E’ chiaro che i personaggi della ‘ndrangheta meritano fiducia agli occhi dei loro contraenti sudamericani. La ‘ndrangheta è credibile nel panorama criminale internazionale perchè ha sempre pagato sia i terroristi colombiani che tutte le organizzazioni sudamericane da cui si fornisce, non ha mai perpetuato truffe ai loro danni”.
La droga dell’operazione ‘Tamanaco’ era stata sequestrata il 14 settembre 2005 al porto di Livorno. La nave ‘Cala Palma’ della Costa Container Lines S.p.A. partiva dal porto venezuelano di ‘La Guaira’ verso Livorno. In un container erano nascosti i 700kg di cocaina occultati sotto un carico di copertura costituito da pelli bovine essiccate.
I narcotrafficanti dovevano trasportare la droga da Colombia e Venezuela verso l’Italia e l’Europa: avevano pensato di seguire una via Africana passando per il Togo, ma poi decisero di optare per la nave diretta verso Livorno.
Da quel 14 settembre 2005 sono passati quasi 5 anni: sono stati 5 anni di indagini e investigazioni, dopo il sequestro della droga gli inquirenti hanno chiarito e specificato ulteriormente coinvolgimenti e responsabilità degli arrestati in Italia e in Olanda, Paese in cui i criminali italiani potevano contare su una rete di trafficanti locali già noti alla polizia di Amsterdam.
Durante la conferenza stampa, i rappresentanti della Guardia di Finanza hanno sottolineato la vicinanza tra il clan di ‘ndrangheta Barbaro di Platì e quello di camorra La Torre di Caserta: in questo specifico settore è nata una sorta di sinergia tra cosche di organizzazioni differenti per il commercio della droga, che era indirizzata ai principali mercati italiani e nord Europei. Gli arresti di Amsterdam, inoltre, sono stati eseguiti “grazie al fantastico supporto della polizia olandese, eccezionale davvero. Lavorare con loro è stato come operare con un altro reparto di noi stessi”.
Snodo fondamentale dell’organizzazione criminale era Vittorio Belgiovane, 70enne brocker che vive in Venezuela e che è adesso latitante ma “difficile da individuare”.
Dalle indagini e dalle intercettazioni è emerso come Belgiovane sia in diretto contatto con un’organizzazione paramilitare sudamericana, quella di Salvatore Mancuso, e inoltre pare appartenere a uno dei gruppi Colombiani più importanti per quantità di cocaina commercializzata.
Belgiovane ha avuto un collegamento diretto con la ‘ndrangheta tramite Giuseppe Barbaro, 42enne di Platì, vecchia conoscenza alle forze dell’ordine Italiane per il traffico di cocaina, già in carcere di massima sicurezza di Carinola.
Tra i più importanti personaggi della camorra affiliati al clan La Torre di Caserta c’è Antonio Rea, una sorte di colletto bianco, un insospettabile che ha sorpreso gli inquirenti e che era il filtro principale di Belgiovane.
In merito alle intercettazioni, un gruppo di 40/50 persone ha utilizzato circa 10 mila numeri di telefono: una prassi consolidata tra i narcotrafficanti che cambiano di continuo telefonini e schede telefoniche. Ma anche gli inquirenti, su questo, ormai si sono fatti una cultura e non hanno problemi a individuare i numeri da intercettare. La vera sfida si gioca poi in una fase successiva, nel decriptare e decifrare i messaggi in codice che si mandano i criminali.
Il procuratore Pignatone ha poi risposto alle domande dei giornalisti sull’omonimo ddl attualmente al vaglio del parlamento Italiano smorzando le polemiche: “Stiamo discutendo solo di un disegno di legge e possiamo commentare solo l’attuale bozza, sulla quale dobbiamo stare tranquilli perchè non cambia nulla rispetto ad oggi per quanto riguarda i reati di traffico internazionale di stupefacenti, crimini legati alle organizzazioni mafiose”.

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